[[ Mi sono presa un bel po' di giorni per pensare a quello che avevi scritto, e nonostante tutto questo tempo, ho ancora paura di aver frainteso le tue parole. Comunque, ho buttato giù una risposta, sperando di non aver travisato le tue affermazioni. ]]
Leggendo (e rileggendo, e rileggendo...) quello che hai scritto mi è tornata in mente una canzone di Vecchioni - La mia stanza -, a te tanto cara, che usavamo ascoltare in quel periodi in cui la pioggia sembrava lì lì per cadere. In particolare un frammento di testo che dice: " Forse a 18 anni non c'è distanza tra le cose dentro e quelle fuori, forse a 18 anni si canta e basta, essere sentita o non sentita non ti cambia la vita".
Credo che sia più o meno questo che intendi quando scrivi: "esiste davvero una pioggia che cade? (...) cos'è che ti riempiva il cuore quella sera? la situazione, la speranza, o forse il tuo steso amare?"
E' certametne vero che ciò che riempie l'anima, a volte, è lo stesso amore, come quando a 18 anni amavo un ragazzo così intensamente che bastava solo la consapevolezza della sua esistenza a rendermi felice. Non occorreva che lui mi ricambiasse, non occorreva neanche che mi fosse amico. Era il mio stesso amarlo che mi riempiva di gioia.
Ammetto che, a volte, quei momenti, quelle sensazioni, quella capacità di provare emozioni così intense per qualcosa che non era reale mi mancano. Tuttavia io non credo che la cosa sia sempre fattibile. Credo, sì, che non abbia senso amare qualcosa di irreale, ma non perché le cose irreali siano prive di valore, ma perché, detto in maniera molto banale e concreta: " Non si può baciare un'idea, non puoi toccarla, né abbracciarla. Le idee non sanguinano, non provano dolore, le idee non amano".
Le idee non amano. Perché c'è una distanza tra le cose dentro e quelle fuori; perché sei stato proprio tu ad insegnarmi che non valiamo niente senza gli altri, e così come la nostra personalità, i nosti pensieri, il nostro essere si confronta, e confrontandosi si plasma e si modifica sull'essere degli altri, così accade anche al nostro amare, e a tutti i significati che, amando, diamo alla vita.
E' ben vero che anche la pioggia che cade dopo un po' scompare e non esiste più: siamo qualcosa che non resta, lo sappiamo e ci siamo rassegnati. Ma abbiamo anche un cuore pieno di simboli, e non puoi credere davvero che qeusti simboli abbiano lo stesso valore se inventati per conto nostro o se costruiti insieme agli altri, con un continuo e incessante confronto-scontro con la realtà.
Forse non era tanto un'astrusità quella dei filosofi scolastici di considerare l'esistenza come sommo grado di perfezione: io posso pensare a un Dio onnipotente e meraviglioso, ma se queso Dio non esiste, il più infimo degli eseri sarà migliore di lui.
E posso rinchiudermi in casa a immaginare il mio amore perfetto, col mio uomo perfetto, nella mia perfetta compagnia di amici etc.etc., e posso anche gioirne, e posso anche essere felice e bearmi di quella illusione, ma sarei folle a credere che abbia più valore quello che la più meschina situazione esterna e reale.
Non puoi chiudere fuori la realtà, sfonderà sempre la porta e più l'avrai costretta fuori, più ti prenderà a calci in faccia.
So che odii Kant, ma è proprio come diceva lui: l'uomo è sì legislatore del mondo, ma solo a livello logico, e non ontologico; la sua interpretazione del mondo è sempre vincolata a quel noumeno inconoscibile. La tua posizione, per quanto suggestiva, è troppo idealista e non la posso proprio accettare.
Io continuerò ad amare la pioggia prima che cada, ma vorrei usarla solo come una breve parentesi di felicità, o, al masimo, come stimolo per cercare una pioggia vera, che mi rinfreschi, che mi bagni il viso, il corpo, che io possa sentire, toccare, di cui possa annusarne l'odore intenso.
Perché a me non basta più amare, ma mi serve essere amata, ed è qualcosa che non posso ottenere dalle cose irreali, per quanto perfette esse siano.
In questi giorni parlavo con un amico (lo stesso dei "Dialoghi", tanto per intenderci...) riguardo "la pioggia prima che cada". E non mi riferisco al libro di Jonathan Coe, bensì a quei momenti che - come ho già detto un paio di post fa - carichiamo di significati che, forse, non hanno, ma che ci rendono così felici che non ci preoccupiamo di verificarne la veridicità. E discutevamo circa il confine che può esserci tra "la pioggia prima che cada" e "quello che non c'è". Mentre tentavo di spiegargli la mia posizione ho specificato che è solo una mia interpretazione, che con tutta probabilità si allontanava dal significato del libro, e lui ha ribattuto "Tanto meglio! E' ancora più meritevole saper tirare fuori la bellezza dalla banalità."
E senza rendersene conto ha spiegato meglio di qualsiasi mia disquisizione che cosa intendo per "amare la pioggia prima che cada". E' proprio questo: tirar fuori la bellezza dalla banalità. Non è semplicemente illudersi che esista qualcosa di bello, ma è la tendenza a vedere lo splendore anche dietro qualcosa di apparentemente ordinario. Se io, dopo un concerto di Guccini, vado a prendere un caffé all'Exytus e sento che c'è una bellissima armonia tra me e le persone che mi stanno intorno, come se fossimo amici da sempre nonostante le conosca da poco, quello è amare la pioggia prima che cada. E la capacità di amare cose che non esistono mi permette forse di possedere molti pi momenti preziosi della maggior parte della gente che invece si lascia scivolare i ricordi addosso senza dar loro troppa importanza.
La conseguenza di questo atteggiamento è che si tende (almeno, IO tendo) a ricreare situazioni simili a quelle che mi hanno reso felice, e a rendere concreta e reale quella "pioggia", a farla cadere e a viverla davvero.
A volte, questo può essere produttivo: se io non avessi amato quella sensazione di armonia e non avessi "fatto finta che" quelli erano davvero miei amici, forse non mi sarei sforzata di cercarli ancora, e adesso alcuni di loro non sarebbero così importanti per me. Forse non ci sarebbe stato nemmeno il dialogo che ha ispirato questo scritto. Insomma, avrei perso molto se non avessi dato fiducia a quella illusione.
Ma, d'altra parte, a volte si finisce per "curare le foglie, ignorando che gli alberi son morti".
E' insidiosamente sfuggente il confine tra l'amare la pioggia prima che cada, e l'imbalsamare i cadaveri per non smettere d'immaginarseli vivi.
Bisogna fare attenzione quando si ha a che fare con la bellezza nascosta dietro le cose, perché la maggior parte delle volte crea dipendenza, e ci si sforza di vederla ancora anche dove ormai non c'è più.
E si trascinano per mesi, anni situazioni spiacevoli, rapporti ormai morti, per non rinunciare a quella felicità che ci avevano dato in passato, magari anche in un solo ma intensissimo momento del passato, aggrappandoci disperatamente a quei rari attimi in cui ci sembra di intravedere ancora quello che c'era.
E' vero che il significato del mondo è dato dalla rappresentazione che abbiamo di esso, ma è anche vero che non possiamo piegare la realtà a quello che più ci aggrada.
Come nell'interpretazione di un'opera d'arte si ha una gamma di sfumature di significato che io posso attribuire all'opera piuttosto ampia, ma comunque limitata in qualche modo dai confini dell'opera stessa, così nella vita io ho una gamma di valori e significati che posso attribuire ad un evento, che sono limitati dall'evento stesso.
Tutto questo per dire che non si deve biasimare l'entusiasmo per cose apparentemente di scarso valore, che si può essere ben felici per qualcosa che non esiste ma dobbiamo innanzitutto essere ben consapevoli della natura soggettiva di quella felicità; in secondo luogo non accanirsi ad attribuire significati ad episodi che non hanno alcun valore solo perché ABBIAMO BISOGNO di vivere quei significati; infine, tenere presente che le situazioni si evolvono (o involvono) continuamente, per cui non sempre la mancanza di bellezza e felicità nel presente indica che ci siamo ingannati a vederla nel passato.
[Ebbene sì. Non scrivo per 4 mesi e poi ritorno con un tema trito e ritrito. E con ciò? Avevo voglia di scrivere, e non sarà certo la cosa più stupida che si trova in rete. Oh, e poi il blog è mio e me lo gestisco io, ecco.]