venerdì, 22 febbraio 2008, ore 10:58

[Sì, lo so, si è fatta attendere un bel po' la conclusione di questo discorso. Che poi conclusione propro non è...
Stavolta però ho un ottima scusa: sono rimasta senza connessione per mesi. Quindi, quei pochi di voi (ma ce n'è davvero qualcuno?) che aspettavano che io tornassi a scrivere, se la prendessero con Alice...]
" Non si può baciare un'idea, non puoi toccarla, né abbracciarla. Le idee non sanguinano, non provano dolore, le idee non amano".
 
Effettivamente, dal mio post sembrava che a me a me bastasse amare un’idea... Che non avessi bisogno di toccarla o abbracciarla... Sembra che io non abbia ragioni per sognare tutte le notti di baciarla davvero, e non nella mia mente...
... L’idea... ovviamente...
In realtà sai bene che non è così, e che io non sono affatto felice di vivere di sogni e che appunto proprio io ti ho sempre parlato e ti parlo a tutt’oggi del mio costante bisogno di rapporto con gli altri, reale, concreto, a volte spinto addirittura fino all’eccesso...
 
Comunque ti avevo detto che alcune cose non erano chiare e non mi piaceva come le avevo dette... Ma del resto a noi filosofi piace chiacchierare, quindi non sarà un problema tentare di spiegarmi meglio... Stavolta lascio perdere (spero) i miei bei (spero) ricordi e provo a curare meglio la parte filosofica, visto che ormai dovremmo aver perso anche i pochi improbabili lettori che potevamo sperare di avere prima che si iniziasse a parlare di idealismo e di ontologia...
 
In retorica si suole usare un artificio molto efficace, detto retorsio argumenti , che consiste in sostanza nel ritorcere un argomento dell’avversario contro di lui.
Vorrei provare a fare la stessa cosa: visto che ormai il mio essere platonico è diventato una specie di handicap (“eh ma perchè tu sei platonico, la vita è un’altra...”) e non mi si crede più, voglio provare a mettere da parte il mio incommensurabile maestro, e mostrarti come anche il tuo (misurabilissimo secondo me) maestro sia d’accordo con me.
 
Dunque, nella Critica della Ragion Pratica troviamo il celeberrimo motto:
 
"Due cose riempiono l'animo di ammirazione e di reverenza sempre nuove, quanto più spesso e più a lungo il pensiero vi si ferma su: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me"
 
Come quasi mai nella sua opera e nella sua vita, in quelle pagine meravigliose Kant abbandona il suo linguaggio astruso e sembra parlare con il cuore in mano.
Credo si possa dire senza forzature che quando il buon Immanuel dice “riempiono l’animo di ammirazione e di reverenza sempre nuove, quanto più spesso e a lungo il pensiero vi si ferma su” sta parlando di qualcosa di perlomeno molto simile all’amore, all’estasi dell’amore, sia emotiva che razionale, benchè egli ne marchi l’aspetto intellettuale, e usi comunque un linguaggio relativamente freddo, per quanto sublime.
Insomma, non credo che sarebbe proprio sbagliato interpretare questa massima parafrasando:
 
"Due cose amo e amerò sempre nella vita: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me"
 
Ovviamente Kant non parlava così, ma andando oltre le distanze epocali e lessicali, pensi che si indignerebbe a vedere che gli metto in bocca queste parole? Io non credo...
 
Dunque Kant amava due cose: il cielo stellato sopra di lui e la legge morale dentro di lui.
Il cielo stellato che cosa sarebbe?
Mah, tu parli di Vecchioni, della canzone la mia stanza, e quindi riprendo la tua citazione.
Il cielo stellato rappresenta le cose fuori.
Che cosa pensava Kant delle cose fuori? Lo sai meglio di me, credo: pensava che altro non sono che la nostra rappresentazione, la cui realtà non è assolutamente preservata dal noumeno.
Il noumeno è intuibile, probabile, plausibile, possibile. Ma non dimostrato.
Kant è agnostico, non lo nega e non lo afferma, benchè riconosca che sia credibile pensare a un sostrato, a un qualcosa di reale e autonomo dalle nostre percezioni, di cui esse sarebbero appunto la rappresentazione mediata, e quindi possibilmente distorta.
Come già Hume insomma, anche Kant, ben lungi dal constatare l’esistenza del cielo, credeva che esistesse il cielo, riconoscendo che al di là dell’obbligo teoretico al dubbio, nella quotidianità poteva valere la consuetudine, l’abitudine.
 
Altro punto importante, perchè parliamo del cielo? Cioè, perchè Kant ammirava tanto il cielo?
La natura , la bellezza della natura, ha sempre esercitato su Kant un fascino fortissimo.
Anche qui, credo si possa tentare di svincolare il filosofo dai limiti storici in cui è confinato, di prendere la sostanza del suo discorso, sfrondandola degli accidenti.
Il cielo stellato a Kant piaceva proprio! Cioè, per lui era bello. Un uomo tranquillo, solo, dedito al solo studio, ti vede la bellezza nel cielo stellato, come un uomo irrequieto, errabondo ed estroverso può vedertela in un simposio con il vino,la musica e gli amici.
Anche lì sono cose di fuori, né più né meno del cielo.
La Bellezza del cielo, è la Bellezza del mondo, per Kant. Questo perchè la bellezza lui l’ha vista nel cielo, come io l’ho vista in altre cose o tu in altre cose ancora. Cose di fuori, però, sempre e comunque.
 
Ricapitoliamo quindi: il cielo è esempio del mondo, delle cose di fuori.
Di queste cose Kant ama la bellezza, necessariamente. Della realtà di queste cose lui è, possiamo dire, abbastanza convinto, se non altro per abitudine.
 
"Due cose amo e amerò sempre nella vita: la bellezza che vedo fuori di me e intorno a me, e che mi sembra plausibile sia reale, e la legge morale dentro di me"
 
Lo so che diventa orribile detta così, ma qui ci interessa capire il senso più che godere della suggestività.
 
“La legge morale dentro di me”
A questo punto non credo ti stupirai se ti dico che “la legge morale dentro di me”, altro non è che le cose dentro.
Ma cosa vuol dire Kant quando dice “legge morale”?
Ovviamente non intende la Critica della Ragion Pratica, che di quella legge è sintesi ed espressione teoretica.
Cioè non andava in estasi leggendo il libro che stava ancora scrivendo, credo.
La Seconda Critica è espressione della legge morale, e non viceversa.
 “Agisci in modo che la massima delle tue azioni possa valere come legge universale”.
Questo è il precetto fondamentale della morale kantiana, ma non è a questo precetto che pensa Kant, quando parla di legge morale.
Siamo noi, studiando la sua filosofia, che possiamo andare in estasi leggendo per la prima volta questa massima geniale, per quanto è ben pensata e veritiera.
Lui no, lui pensava alla legge morale, che in quella massima è solo sintetizzata, lungi dall’ essere generata da essa.
 
E cos’era allora questa legge morale? Non era la formula ma il sentimento, la convinzione di come bisognasse agire nella vita, dove per sentimento non intendo per forza un sentimento emotivo, ma anche un sentimento sorto a seguito della più razionale e rigorosa riflessione teoretica, una convinzione,appunto.
 
Si può separare la critica della ragion pratica dal resto della produzione kantiana? Si, si legge solo quella e se ne traggono conclusioni comunque bellissime (purchè la si comprenda proprio a livello lessicale...)
Ma si può, invece, dire cosa sia la legge morale per Kant senza considerare la sua opera e la sua vita nel loro insieme? Ovviamente no.
Senza la Prima Critica, non ci sarebbe la Seconda. Senza agnosticismo non ci sono idee regolative, senza illuminismo non c’è la fondazione razionale di una morale, senza protestantesimo non c’è l’esigenza di supporre un Dio, ecc...
Insomma non c’è la legge morale senza la filosofia kantiana tutta.
Del resto, è cosa abbastanza ovvia che le nostre idee morali siano inscindibili dalla nostra educazione, dalle nostre convinzioni religiose, dalla nostra dieta...
La legge morale cui noi obbediamo è sempre e solo espressione della nostra interiorità, del nostro modo di vivere, interiormente, di rapportarci con le cose di fuori di cui sopra.
 
Kant era un filosofo, la sua interiorità era la filosofia stessa, o meglio era mediata dalla filosofia, “la filosofia è la mia forma mentis, è la mia chiave di lettura del mondo” discorsi così tra di noi ne abbiamo fatti a bizzeffe, e possiamo anche azzardare che Kant la vivesse in modo analogo.
 
Ora, è reale questa filosofia? Beh, Kant scrive la Seconda Critica dopo la Prima, quindi ha già ben chiaro il suo concetto di realtà, tant’è che pur credendo in Dio si guarda bene dall’affermarne la realtà, l’esistenza, o addirittura dal provare a dimostrarla. 
Insomma, l’impressione è che i parametri di valutazione del reale forniti nella Critica della Ragion Pura restino sempre sottointesi anche nell’opere successive, a dirigerne e sostenerne le posizioni.
Dove arrivo? ebbene, se dopo la Prima Critica Kant dice che esiste un imperativo categorico, vuol dire che sta attribuendo a quella esperienza interiore lo stesso valore di realtà che attribuiva alla natura e ai colori nella Critica della Ragione Pura.
Quando parla di Dio, infatti, non dice Dio c’è, ma dice che è auspicabile, possibile, ecc...
Dell’imperativo categorico, invece, Kant non parla come di un’idea regolativa, bensì come di una realtà che egli riscontra nella sua osservazione introspettiva.
Ma tale imperativo categorico è l’essenza della legge morale, che a sua volta abbiamo visto essere lo specchio della filosofia, a sua volta ancora riflesso della vita interiore di un uomo.
E cosa ne deduciamo? Che per Kant la legge morale esiste nello stessa identica misura in cui esiste il cielo, e per conseguenza che anche  la filosofia, e con essa la realtà interiore che essa esprime, esiste nella stessa identica misura in cui esiste il cielo. In modo diverso, ma nella stessa misura.
 
"Due cose mi sembrano essere reali, e le amo e le amerò sempre nella vita: la bellezza che vedo fuori di me e intorno a me, e il sentire della mia anima dentro di me, che dal di fuori trae la sua origine e che torna fuori nella filosofia e nella legge morale."
 
E quindi perchè ho detto che Kant è d’accordo con me? Ma perchè se esiste il cielo, esiste non di meno il mio senso interiore del cielo, la mia visione filosofica del cielo, quale che sia la nostra concezione del cielo.
Le due realtà hanno pari dignità, sia pure su diversi piani ontologici.
E l’amare e il sapere di amare non sono filosofia? La filosofia non è consapevolezza?
Il cane ama ma non sa di amare, non dice “io amo”, l’animale razionale non solo ama, ma si dice innamorato e ti spiega cosa significa, se riesce.
La filosofia è spesso scienza dell’amore, per cui dicendo che la realtà del sentire filosofico non è meno reale della realtà del toccare e del mangiare, sto anche dicendo che sentire di amare basta da sé per parlare di amore reale.
Nel post precedente dico che l’amore non consumato è irreale quanto quello consumato, quanto quello attuato, ricambiato, ufficializzato con relazioni o matrimoni.
Qui sto invece dicendo che sono entrambi parimenti reali.
Insomma che siano reali o irreali è un problema secondario, a me premeva assodare che sono o entrambi reali o entrambi irreali.
La cosa che non mi piaceva del tuo primo post era l’identificare la realtà con la prassi, quasi.
Questo sono io a non poterlo accettare, l’amore non si esaurisce nella sua consumazione.
Il problema che dovremo affrontare, e che nel mio post non era chiarito, non è quello della realtà delle esperienze ma quello della felicità umana che da queste esperienze trae origine, siano reali o meno.
Ma è un altro problema: io non dico che l’amore acquista bellezza, o rende felici, per il solo fatto di amare qualcosa. A me non basta baciare un’idea!
Dico però che amare una persona guardandola da lontano non è meno reale di amare una persona che ti scopi tutti i venerdì.
Capisci bene che dire che un incidente stradale sia reale quanto un bacio o quanto un incubo in cui tu hai davvero sudato per la paura non significa che in termini di felicità queste cose siano equivalenti.
 
La menzogna, il plasmare la realtà, non è nell’oggetto, è nel nostro sentire.
Non è troppo grave se una volta magari esageri il valore di certi gesti, e poi sei costretto a constatare che non lo possiedono.
Magari una ragazza che amo mi saluta un giorno, io vado in estasi per un nonnulla, e può essere che passo anche una giornata più felice. Una giornata fatta di chiacchierate, di viaggi in treno, di docce, di pranzi, di studio, di dolore al piede perchè ho le scarpe strette... Una giornata vera, insomma. Vissuta con una felicità in cuore nata dal finto, dall’esagerato, ma ormai vera anche essa e non di meno.
E’ ben più grave plasmare la realtà interiore: sforzarsi di autoconvincersi di essere felici, di amare ancora, di avere bisogno di vederla, di credere di stare bene.
Da quella finzione nascerà solo altra finzione, quella felicità sarà un’illusione.
 
Amare la pioggia prima che cada vuol dire amare una realtà solo interiore, solo nostra, priva dell’esistenza, ma reale.
L’esistenza può incidere sulla felicità dell’amore, non sulla sua realtà.
La felicità vive di istanti, come sai bene, istanti perfetti.
Per questo anche se l’esistere per un frammento infinitamente breve di eternità  è solo impercettibilmente più lungo del non esistere affatto la differenza è enorme.
Tutto esiste per pochi istanti, ma di quelli si nutre la felicità.
In termini di felicità i 5 secondi di caffè dell’Exytus di ieri sera sono infinitamente di più degli 0 secondi del caffè dell’ Exytus solo immaginato.
Ma in termini di realtà, Cri, la vita è una follia: 5 secondi o niente, mah, non è una gran prospettiva!
 
Chiarito questo, potremmo cominciare a discutere di come, in questa farsa, in questa follia che è la vita, si possa essere felici.
Quello che volevo dire io era che non dobbiamo pensare che la valutazione delle nostre azioni, dei nostri sentimenti, delle nostre scelte possa in alcun modo essere effettuata sulla base dei risultati.
Tu vivrai amori irreali, amerai cose di cui non resterà che polvere.
Vivrai amando la pioggia prima che cada, sempre e comunque.
Hai bisogno di essere amata più che di amare? Ma questo non dipende da te.
Tu sei responsabile di questo po’ di tempo che ti ha concesso chissà chi.
La cosa più importante è viverlo davvero, perchè non ne avrai un’altro, probabilmente.
Viverlo in modo reale, vivere davvero, vuol dire amare davvero, quindi assodare la realtà interiore dei sentimenti alla base delle tue scelte.
 
Una volta fatto questo, ma solo a condizione di farlo, è giusto, inevitabile e doveroso vivere davvero ed essere anche felici, e per far questo bisogna confrontarsi con l’esterno, con le cose , con la gente e con i suoi sentimenti.
Ma spero che ora ti sia chiaro ciò che volevo dire: si può vivere davvero ed essere felici, oppure davvero e non pienamente felici e ,paradossalmente, si può passare una vita piacevolissima senza mai vivere davvero.
Ma questo poi è Matrix, e la filosofia e tutte quelle cose che diciamo sempre, e non posso certo esaurire l’argomento senza verificare se mi stai seguendo o no e se sei d’accordo o no.
 
Aspetto risposte, sperando di essere riuscito ad esprimermi meglio.
P.S.
MissBonsai
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domenica, 25 novembre 2007, ore 19:17

[[ Mi sono presa un bel po' di giorni per pensare a quello che avevi scritto, e nonostante tutto questo tempo, ho ancora paura di aver frainteso le tue parole. Comunque, ho buttato giù una risposta, sperando di non aver travisato le tue affermazioni. ]]

Leggendo (e rileggendo, e rileggendo...) quello che hai scritto mi è tornata in mente una canzone di Vecchioni - La mia stanza -, a te tanto cara, che usavamo ascoltare in quel periodi in cui la pioggia sembrava lì lì per cadere. In particolare un frammento di testo che dice: " Forse a 18 anni non c'è distanza tra le cose dentro e quelle fuori, forse a 18 anni si canta e basta, essere sentita o non sentita non ti cambia la vita".

Credo che sia più o meno questo che intendi quando scrivi: "esiste davvero una pioggia che cade? (...) cos'è che ti riempiva il cuore quella sera? la situazione, la speranza, o forse il tuo steso amare?"
E' certametne vero che ciò che riempie l'anima, a volte, è lo stesso amore, come quando a 18 anni amavo un ragazzo così intensamente che bastava solo la consapevolezza della sua esistenza a rendermi felice. Non occorreva che lui mi ricambiasse, non occorreva neanche che mi fosse amico. Era il mio stesso amarlo che mi riempiva di gioia.
Ammetto che, a volte, quei momenti, quelle sensazioni, quella capacità di provare emozioni così intense per qualcosa che non era reale mi mancano. Tuttavia io non credo che la cosa sia sempre fattibile. Credo, sì, che non abbia senso amare qualcosa di irreale, ma non perché le cose irreali siano prive di valore, ma perché, detto in maniera molto banale e concreta: " Non si può baciare un'idea, non puoi toccarla, né abbracciarla. Le idee non sanguinano, non provano dolore, le idee non amano".

Le idee non amano. Perché c'è una distanza tra le cose dentro e quelle fuori; perché sei stato proprio tu ad insegnarmi che non valiamo niente senza gli altri, e così come la nostra personalità, i nosti pensieri, il nostro essere si confronta, e confrontandosi si plasma e si modifica sull'essere degli altri, così accade anche al nostro amare, e a tutti i significati che, amando, diamo alla vita.

E' ben vero che anche la pioggia che cade dopo un po' scompare e non esiste più: siamo qualcosa che non resta, lo sappiamo e ci siamo rassegnati. Ma abbiamo anche un cuore pieno di simboli, e non puoi credere davvero che qeusti simboli abbiano lo stesso valore se inventati per conto nostro o se costruiti insieme agli altri, con un continuo e incessante confronto-scontro con la realtà.

Forse non era tanto un'astrusità quella dei filosofi scolastici di considerare l'esistenza come sommo grado di perfezione: io posso pensare a un Dio onnipotente e meraviglioso, ma se queso Dio non esiste, il più infimo degli eseri sarà migliore di lui.
E posso rinchiudermi in casa a immaginare il mio amore perfetto, col mio uomo perfetto, nella mia perfetta compagnia di amici etc.etc., e posso anche gioirne, e posso anche essere felice e bearmi di quella illusione, ma sarei folle a credere che abbia più valore quello che la più meschina situazione esterna e reale.

Non puoi chiudere fuori la realtà, sfonderà sempre la porta e più l'avrai costretta fuori, più ti prenderà a calci in faccia.

So che odii Kant, ma è proprio come diceva lui: l'uomo è sì legislatore del mondo, ma solo a livello logico, e non ontologico; la sua interpretazione del mondo è sempre vincolata a quel noumeno inconoscibile. La tua posizione, per quanto suggestiva, è troppo idealista e non la posso proprio accettare.

Io continuerò ad amare la pioggia prima che cada, ma vorrei usarla solo come una breve parentesi di felicità, o, al masimo, come stimolo per cercare una pioggia vera, che mi rinfreschi, che mi bagni il viso, il corpo, che io possa sentire, toccare, di cui possa annusarne l'odore intenso.

Perché a me non basta più amare, ma mi serve essere amata, ed è qualcosa che non posso ottenere dalle cose irreali, per quanto perfette esse siano.

MissBonsai
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mercoledì, 21 novembre 2007, ore 18:19

Mamma mia, Cristiana si fa sempre più stimolante. Mi viene da pensare all’olio di ricino, che nel ventennio fascista ha fatto cagare sangue a più di un poveraccio… ma il paragone, chissà perché, non le è mai piaciuto.
 
Ad ogni modo cerchiamo di mettere ordine tra le tante cose che il tuo bel post mi ispira, e di scrivere una nuova pagina di quella che si profila essere una discussione ben lontana dall’esser conclusa (ah, sti filosofi…!)
 
Partiamo proprio dal concertone di Guccini.
Tu scrivi che quella sera hai vissuto un momento intensissimo e pieno di significato perché sei riuscita ad abbandonarti, in una specie di consapevole miraggio, al piacere di passare una serata coni tuoi amici di una vita, che sapevi in fondo essere, allora, poco più che estranei.
Questo vuol dire, se capisco cosa intendi, amare la pioggia prima che cada. Vuol dire, cito proprio te “caricare di significati alcuni momenti che forse ne sono privi, in fondo, ma che ci fanno talmente felici da non farci preoccupare di accertarcene”.
Da quel momento, da quell’illusione (vedi un po’ se il termine ti sembra appropriato), credendo in quell’illusione, l’hai resa reale, poiché essa è stata l’incentivo, la mola per la realizzazione di se stessa, un po’ come il sogno del comunismo in un paese zarista da secoli ha permesso a lenin di rendere quel paese davvero uno stato comunista.
La pioggia prima che cada sarebbe quindi il “trarre bellezza dalle piccole cose”, dalle cose banali, trarre significato dall’insignificante per poi fare di questo significato la “bussola”, per così dire, della vita, anche nei suoi aspetti grandi, importanti, reali, realmente significativi.
Realizzazione, dimenticavo un fatto fondamentale, che non è più un istante perfetto, ma una situazione reale, stabile, duratura: l’amicizia sognata quella sera si è concretizzata solo dopo mesi e mesi di condivisione di esperienze, incitata e guidata proprio da quel sogno. Spero, fin qui, di aver capito bene.
 
Per contrasto, ci sarebbe invece la possibilità del piegare la realtà, come ad esempio nel caso in cui tu ti fossi attaccata simbioticamente a quel miraggio e, dopo averne costatato l’illusorietà (per esempio se avessi scoperto che non eravamo gli amici che speravi) ti fossi ostinata a voler credere nella possibilità di una sua attuazione, distorcendo a tale scopo la nostra immagine e quella del tuo rapporto con noi, giusto per fingere che fosse bello come volevi, come avresti voluto. Da un caso del genere sarebbe emersa tutta una serie di momenti illusori come il primo, ma di un’illusorietà non più spontanea e poi accettata, bensì indotta e forzata.
Condivido in pieno questa posizione, riflessioni molto belle e in più utilissime per evitare di trasformare la propria vita in un’immensa illusione, in una realtà artificiosamente piegata ai nostri capricci.
Ci ho messo moltissimo a capire dove era che non andasse, cosa sentivo che mancava. Dunque, quello di cui parli, secondo me, non è l’amare la pioggia prima che cada; è, appunto, la semplice illusione. Sperare, illudersi, sbagliare strada, non vuol dire amare la pioggia prima che cada, a prescindere dagli sviluppi di una situazione che, come dici tu stessa, può evolvere o involgere continuamente.
Di quella serata così fottutamente meravigliosa io non ricordo Eskimo, o Vorrei, o Incontro, o il caffè dell’exytus, o la pizza da Magliulo. Io ricordo solo Wish you were here che finisce proprio quando parcheggiamo: ricordo di aver pensato a persona e a cose che quella canzone mi evocava, e che in quel viaggio in auto mi erano mancate terribilmente.
Ricordo poi un gesto assolutamente irrilevante, tipico di quelle persone che la luce più che donartela la emanano, con la naturalezza che può avere un sole che tramonta, o Dio mentre si lava i denti.
Ricordo un abbraccio, un sorriso, un affettuoso “Uè, a che stai pensando?”. Pioggia mai caduta.
Tra le cose più preziose che ho.
 
Sai bene come è finita quella storia, quanti sia stata una cosa talmente normale che a v8olte mi stupisco di quanto tempo ti ho fatto perdere a parlarne.
Che diremo? Che ho amato la pioggia prima che cada, ma che poi, dopo un certo punto, vedendo che questa pioggia proprio non voleva esistere e venir giù ho iniziato a imbalsamare cadaveri? Diremo che l’illusione è giusta fintanto che si confronta coi fatti?
Ma dov’è oggi il sogno di Lenin, quello sognato e quello realizzato? Che differenza c’è tra la pioggia che lui amò nei suoi sogni e quella che riuscì a far cadere? Dov’è il terzo reich? Dove mio nonno, che ha lavorato una vita e non ha mai pensato a piogge che non fossero reali, che non fossero LA pioggia? Dov’è l’esame che abbiamo realmente fatto ieri? Dove sono tutte le belle cose che ho potuto fare tranquillamente, libero dall’ossessione di un amore infelice? Dove saranno i gol dell’Inter nella finale di coppa, o l’esagono che ho disegnato oggi a mio fratello? E Guccini, e i Radiohead? Dove saranno domani?
Dove saranno i sacrifici di tuo padre per te, o il funerale di mia madre un giorno? Dove gli amici veri di oggi?
In verità, Cri, esiste davvero una pioggia che cade?
Davanti all’eterno, riesci a distinguere la pur consistente differenza tra la pioggia sognata e la pioggia toccata?
Amo la pioggia prima che cada, amo l’amore, amo l’amare e amo far finta che questo sia importante, sia reale. In fondo, cos’è che ti riempiva il cuore quella sera? La situazione, la speranza, il piacere, la serenità? O forse la tua anima era piena di quel tuo stesso amare quel momento?
 
Quell’abbraccio mi ha riaperto il cuore, mi ha fatto sentire che da allora avrei di nuovo ringraziato per tante di quelle piccole cose inutili, come quello stesso abbraccio, o come un sorriso, o una serata con gli amici, o con lei.
Non è il fatto che per lei quei gesti fossero insignificanti a rendere quest’amore un’illusione.
Tu parli di rapporti e situazioni morte e trascinate, proprio perché la pioggia non cade, rimane un sogno, ma non è lì il problema.
Se fossimo venuti lì sul marciapiede, tra fiori urlanti e sguardi stupiti, non avrei amato nulla di più reale. Un’illusione ben diversa, ben più gratificante, e chi lo nega? Ma un’illusione. Ora non ne avrei che un ricordo, e un ricordo non è una cosa inestimabile che però di fatto esiste solo nella nostra mente? E se fosse ancora oggi con me, se volessi essere tanto masochista da immaginarmi lei che mi ami, non sarebbe tutta una favola, non faremmo finta di dimenticarci della fine che ci aspetta inesorabile? Non credi che la ragazza del libro rimanga stupita solo perché è convinta di amare cose reali? Ma più che reale, il problema non credi sia il sensato?
Sembra non avere senso amare una cosa irreale. E questo perché? Perché l’irreale per noi è privo di valore, nel bilancio finale della vita le scopate sognate non valgono. A questo punto, se tutto ciò che è privo di valore è insensato amarlo, ameremo l’unica cosa che ha un valore nella vita. E non è forse la scelta? E non si sceglie sempre ciò che si ama? Forse la vita non è che il riuscire a capire questa folle tautologia. Non amiamo altro che il nostro amore di cose irreali.
P. S.
MissBonsai
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martedì, 20 novembre 2007, ore 18:59

 In questi giorni parlavo con un amico (lo stesso dei "Dialoghi", tanto per intenderci...) riguardo "la pioggia prima che cada". E non mi riferisco al libro di Jonathan Coe, bensì a quei momenti che - come ho già detto un paio di post fa - carichiamo di significati che, forse, non hanno, ma che ci rendono così felici che non ci preoccupiamo di verificarne la veridicità. E discutevamo circa il confine che può esserci tra "la pioggia prima che cada" e "quello che non c'è". Mentre tentavo di spiegargli la mia posizione ho specificato che è solo una mia interpretazione, che con tutta probabilità si allontanava dal significato del libro, e lui ha ribattuto "Tanto meglio! E' ancora più meritevole saper tirare fuori la bellezza dalla banalità."
E senza rendersene conto ha spiegato meglio di qualsiasi mia disquisizione che cosa intendo per "amare la pioggia prima che cada". E' proprio questo: tirar fuori la bellezza dalla banalità. Non è semplicemente illudersi che esista qualcosa di bello, ma è la tendenza a vedere lo splendore anche dietro qualcosa di apparentemente ordinario. Se io, dopo un concerto di Guccini, vado a prendere un caffé all'Exytus e sento che c'è una bellissima armonia tra me e le persone che mi stanno intorno, come se fossimo amici da sempre nonostante le conosca da poco, quello è amare la pioggia prima che cada. E la capacità di amare cose che non esistono mi permette forse di possedere molti pi momenti preziosi della maggior parte della gente che invece si lascia scivolare i ricordi addosso senza dar loro troppa importanza.

La conseguenza di questo atteggiamento è che si tende (almeno, IO tendo) a ricreare situazioni simili a quelle che mi hanno reso felice, e a rendere concreta e reale quella "pioggia", a farla cadere e a viverla davvero.
A volte, questo può essere produttivo: se io non avessi amato quella sensazione di armonia e non avessi "fatto finta che" quelli erano davvero miei amici, forse non mi sarei sforzata di cercarli ancora, e adesso alcuni di loro non sarebbero così importanti per me. Forse non ci sarebbe stato nemmeno il dialogo che ha ispirato questo scritto. Insomma, avrei perso molto se non avessi dato fiducia a quella illusione.

Ma, d'altra parte, a volte si finisce per "curare le foglie, ignorando che gli alberi son morti".

E' insidiosamente sfuggente il confine tra l'amare la pioggia prima che cada, e l'imbalsamare i cadaveri per non smettere d'immaginarseli vivi.

Bisogna fare attenzione quando si ha a che fare con la bellezza nascosta dietro le cose, perché la maggior parte delle volte crea dipendenza, e ci si sforza di vederla ancora anche dove ormai non c'è più.
E si trascinano per mesi, anni situazioni spiacevoli, rapporti ormai morti, per non rinunciare a quella felicità che ci avevano dato in passato, magari anche in un solo ma intensissimo momento del passato, aggrappandoci disperatamente a quei rari attimi in cui ci sembra di intravedere ancora quello che c'era.

E' vero che il significato del mondo è dato dalla rappresentazione che abbiamo di esso, ma è anche vero che non possiamo piegare la realtà a quello che più ci aggrada.

Come nell'interpretazione di un'opera d'arte si ha una gamma di sfumature di significato che io posso attribuire all'opera piuttosto ampia, ma comunque limitata in qualche modo dai confini dell'opera stessa, così nella vita io ho una gamma di valori e significati che posso attribuire ad un evento, che sono limitati dall'evento stesso.

Tutto questo per dire che non si deve biasimare l'entusiasmo per cose apparentemente di scarso valore, che si può essere ben felici per qualcosa che non esiste ma dobbiamo innanzitutto essere ben consapevoli della natura soggettiva di quella felicità; in secondo luogo non accanirsi ad attribuire significati ad episodi che non hanno alcun valore solo perché ABBIAMO BISOGNO di vivere quei significati; infine, tenere presente che le situazioni si evolvono (o involvono) continuamente, per cui non sempre la mancanza di bellezza e felicità nel presente indica che ci siamo ingannati a vederla nel passato.

MissBonsai
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martedì, 30 ottobre 2007, ore 02:12

[Ebbene sì. Non scrivo per 4 mesi e poi ritorno con un tema trito e ritrito. E con ciò? Avevo voglia di scrivere, e non sarà certo la cosa più stupida che si trova in rete. Oh, e poi il blog è mio e me lo gestisco io, ecco.]

La reale esperienza della felicità sembrava del tutto scollegata dall’esperienza di attenderla o di rammentarla. Maria, quando era felice, non diceva mai a se stessa: “Questa è la felicità”, e così sul momento non la riconosceva mai come tale. Ma ciò non le impediva affatto di ritenere, per il resto del tempo, di avere un’idea molto chiara di cosa fosse la felicità. La verità è che Maria era felice davvero soltanto quando pensava alla felicità che sarebbe arrivata, e non credo nemmeno che sia la sola a sostenere questo assurdo punto di vista.
Jonathan Coe - Donna per caso
 
Infatti non è la sola, anzi penso che in molti si troveranno d’accordo con questa posizione. E’ più o meno la stessa tesi che sostiene Leopardi ne Il Sabato del Villaggio:
 
“Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l'ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno.”
 
In linea di massima, posso ritenermi d’accordo anche io. In effetti, sembra proprio che questa felicità sia una bella fregatura: promette sempre di arrivare, o ti assicura sempre di esserci stata, ma in realtà molto ti rado la si può guardare negli occhi. La maggior parte dei momenti “felici”, diventano tali soltanto dopo, nel ricordo inevitabilmente condizionato dalla consapevolezza degli eventi successivi; oppure, peggio ancora, è l’aspettativa che rende un momento potenzialmente felice, e in realtà ci si gode molto di più l’attesa che non il momento in sé, che magari, qualche volta, è persino scialbo e noioso, tutto il contrario di quello che ci si aspettava. In qualche modo, quindi, la felicità porta inevitabilmente in sé anche un dolore: quando la si aspetta, c’è il dolore provocato dall’ansia, dall’impazienza, dalla tensione verso l’obiettivo che non si è ancora raggiunto; mentre invece, quando la si ricorda, c’è il dolore per la mancata possibilità di ritorno, la famosa nostalgia sulla quale ho scritto un intero racconto. E per quanto riguarda gli eventi del passato, a mio parere non di rado si applica una sorta di “revisionismo storico”. Si da eccessivo valore a un momento in base a quello che è accaduto dopo, e lo si carica di significati che in realtà, nel momento in cui è accaduto, non aveva affatto. Non che ci sia niente di male, anzi. In fondo, condannati come siamo ad essere felici sempre con una punta di dolore, potremmo ben permetterci di essere felici anche per cose che non sono esistite. Dopotutto, la felicità è uno stato d’animo assolutamente soggettivo, ed è scatenata da cose diverse per ognuno di noi.
A rifletterci sembra strano, eppure è proprio così: a volte si è felici per cose che non esistono. In alcuni casi, si vive semplicemente nell’illusione, o per dirla in termini meno cinici, si vive nella propria “rappresentazione del mondo”, che ci fa vedere certe cose bellissime quando magari non lo sono affatto. Quando magari proprio non sono reali. Un po' come quando da bambini si gioca al "facciamo finta che" e ci si costruisce interi mondi paralleli per gioco, vivendoci allo stesso modo in cui si vive in quello reale. Io credo che spesso, anzi, sempre, questa cosa la facciano anche gli adulti, solo che per loro non è più un gioco, non c'è più la premessa "facciamo finta che", ma realtà e immaginazione si fondono irrimediabilmente.
In altri casi invece la felicità deriva dalla nostalgia stessa. Sarà capitato a chiunque di ricordare un momento che magari,  quando è stato vissuto, risultava drammatico, mentre nel ricordarlo diventa piacevole, divertente e, appunto, felice. Già mentre lo scrivo me ne vengono in mente mille: per esempio quando quest’estate, dal ritorno dal viaggio on the road, sulla Bologna-Firenze, sotto una pioggia torrenziale e con i Tir che ci tallonavano, sentiamo un rumore tremendo, e ci accorgiamo che se ne sta per cadere il parafango, e ci fermiamo nella prima area di sosta, aggiustandolo provvisoriamente con le corde della tenda arancioni fluo. Sul momento ero semplicemente terrorizzata, e ho desiderato teletrasportarmi a casa. Ma se ci ripenso adesso, trovo la cosa incredibilmente divertente, e ne sento la mancanza, perché in fondo è un ricordo felice.
In merito invece a situazioni non reali, ricordo di un pomeriggio in Grecia, in gita scolastica, quando eravamo io e tre miei amici a passeggiare da soli per le strade di Atene. Tra di loro c’era un ragazzo che mi piaceva moltissimo, ma che non ricambiava, e anzi spesso mi sfuggiva. Invece quella volta sembrava perfettamente a suo agio, ed io mi dimenticai del resto della classe e dei professori che ci aspettavano in albergo, e feci finta di essere in viaggio solo con loro. E quando un commerciante scambiò me e quel ragazzo per due fidanzati, e mi disse che ero “fortunata” non potei fare a meno di sentirmi incredibilmente felice. E sapevo che ero felice per qualcosa che non esisteva, ma non cercai di convincermi del fatto che la mia felicità non avesse alcun fondamento. Era un ultimo "facciamo finta che", e forse neanche tanto ultimo, visto che qualche volta continuo a farlo, più o meno consapevolmente.
 
“A me piace la pioggia prima che cada”. “Però prima che cada non è proprio pioggia, tesoro.” “E allora cos’è?” disse Thea. E io spiegai: “E’ solo umidità. Umidità nelle nuvole. (…) Sai Thea, non esiste una cosa come la pioggia prima che cada. Deve cadere, altrimenti non è pioggia.” Era un principio stupido su cui insistere con una bambina, e mi pentii di aver cominciato. Ma Thea sembrava nona vere alcuna difficoltà ad afferrarlo, semmai il contrario – perché dopo qualche minuto mi guardò e scosse la testa con aria di commiserazione, come stesse mettendo a dura prova la sua pazienza dover discutere di questioni del genere con una ritardata. “Certo che non esiste una cosa così,” disse. “E’ proprio per questo che è la mia preferita. Qualcosa può ben farti felice, no? Anche se non è reale”.
Jonathan Coe  - La pioggia prima che cada 
Dunque, ricapitolando, pare che questa felicità la si intraveda solo quando sta per arrivare, la si guardi di lontano quando è passata, o la si percepisca per cose che, in fondo, non sono reali. Un quadro piuttosto deprimente.
Tuttavia, ho tralasciato l’ultimo tipo di felicità, quello meno comune, quello che, forse, non tutti hanno avuto la fortuna di provare. Dico non tutti perché difficilmente ho sentito la gente parlare dei propri momenti felici nei termini che sto per usare. La maggior parte delle volte mi raccontano di avvenimenti belli del passato, o si mostrano ansiosi per un evento futuro, ma raramente ho sentito raccontare quelli che io chiamo i “momenti perfetti”.
I momenti perfetti sono la felicità al presente, sono quei rarissimi istanti di pura gioia, in cui realizzi in quel preciso momento la tua felicità. Non sei semplicemente sereno, di buon umore, allegro, divertito, contento o soddisfatto. Sei FELICE. E te ne rendi conto nel momento stesso in cui lo sei, e quindi non c’è nessun dolore, nessuna nostalgia, nessuna ansia. Forse, l’unico dolore possibile è la paura che finisca, ma in genere si ha il cuore talmente colmo di quell’attimo, che semplicemente non esiste nient’altro che quello. Sono quei momenti della vita che “varrebbe la pena scambiare con mondi”. Sono quei momenti in cui non solo sei pronto a morire, ma che addirittura a volte desideri morire, perché ti rendi conto che hai vissuto, che non puoi raggiungere un picco più alto, che dopo di quello sarà solo una parabola discendente, e quindi tanto vale finirla lì, perché il resto sarebbe, a confronto, solo un inutile trascinarsi. In tutti gli altri attimi della vita si ha paura della morte. E’ inevitabile, è umano: la morte terrorizza; l’idea della fine, del nulla, del non-essere è mostruosa, inconcepibile, spaventosa. Io non mi fido mai di chi mi dice di non avere paura di morire, penso sempre che probabilmente non ci ha mai pensato sul serio. Quando prendi coscienza del nulla, non puoi fare a meno di sentirti angosciato, perché la morte è la negazione di tutto quello a cui sei abituato a pensare. E tuttavia, come dicevo, nei “momenti perfetti” la morte quasi la si anela, quasi si desidera mettere fine alla propria esistenza in quel momento così intenso, perché probabilmente dell’intero arco vitale era l’unico che valesse la pena d'esser vissuto, forse addirittura quello al quale tutti i precedenti hanno portato.
 
Esagerato? Beh, io un momento così lo ricordo. Io mi sono sentita così almeno una volta, e ogni volta che l’idea della mia morte, della fine dell’esistenza fa capolino nella mia mente, è a quell’attimo che torno col pensiero, per aver la certezza di aver vissuto. Che poi sia suggestione, che poi io mi sia sentita felice per qualcosa che aveva significato solo per me, solo nella mia mente, e che in realtà non esisteva, come ho già spiegato, non ha assolutamente nessuna importanza. Si può ben essere felici di qualcosa che non esiste, e a me piace la pioggia prima che cada.
 
E…no, se per caso stavate aspettando che ve lo raccontassi, lasciate perdere. E forse la cosa più preziosa che ho, e non la sciuperò con le parole, che non sarebbero mai in grado di descriverne l’intensità.

 

MissBonsai
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categoria : riflessioni, filosofia